1) Poiché conveniamo che rivestire un incarico politico non vuol dire servire se stesso o un concetto astratto e/o burocratico di partito ma le persone che lo compongono – soprattutto nella sua componente maggioritaria, che rappresenta la base, composta da iscritti, simpatizzanti, elettori, semplici cittadini – mi sento di poter affermare che la nomina a membro di un organismo direttivo non può (e mai dovrebbe) avvenire per autoreferenzialità, neppure se successivamente sottoposta a ratifica in sede congressuale.
In entrambe le occasioni collegiali di cui sono stata testimone è mancato un vero, reale, formale quanto democratico lavoro preparatorio con i nostri iscritti, di cui dovremmo rappresentare esigenze, bisogni, desideri, idealità.
Un congresso, a mio modesto parere, si prepara a partire da un documento programmatico precongressuale prodotto dall’organismo uscente, sottoposto a discussione sistematica attraverso incontri, riunioni, assemblee con gli iscritti che devono essere chiamati ad approvare o, in alternativa, a produrre emendamenti o persino controdocumenti su cui confrontarsi. Si discute, ci si misura e la difesa della propria posizione potrà essere anche dura, persino in sede congressuale. Alla fine della discussione tutti gli emendamenti e/o i documenti verranno sottoposti al voto per l’approvazione di quello che risulterà essere il più condiviso: il documento vincente.
Allora, e solo allora, la decisione varata dal Congresso, sarà e dovrà essere patrimonio condiviso e appartenente a tutti, i quali saranno chiamati ad attenervisi: questo (e per me solo questo) significa contarsi.
Si potrà obiettare: “Ma in questo modo potrebbero affermarsi documenti che rischierebbero di stravolgere la linea del Partito!”. E’vero, il rischio c’è, ma la forza di un Partito risiede, o dovrebbe risiedere, nella capacità dialettica di dimostrare (e mai di imporre) la giustezza della propria posizione e, attraverso tale capacità di convincimento, far prevalere la linea più corretta.

